La retata di docenti che si potrebbe evitare eliminando i concorsi

A Firenze 29 misure cautelari. L'accusa: “Sistematici accordi corruttivi tra professori di diritto tributario finalizzati a rilasciare le abilitazioni all’insegnamento secondo logiche di spartizione territoriale”
di
25 SEP 17
Ultimo aggiornamento: 04:41 PM | 10 AUG 20
Immagine di La retata di docenti che si potrebbe evitare eliminando i concorsi
Una retata di professori di diritto tributario, perché no? Una boccata di purissima aria manettara, il lunedì mattina, fa sempre bene. Sono pur sempre colletti bianchi, e dei più odiati, baroni universitari. Ed è chiaro che piazzare un amico nel settore delle cose tributarie si offre alle illazioni più ruspanti: se c’è tributo, c’è evasione, e c’è quattrino. Non è come piazzare una cattedra di filologia. Però basta guardare la velina-comunicato diffusa tramite agenzie, che ieri mattina i siti di Corriere e Repubblica pubblicavano identica, senza nemmeno cambiare il sommario, per farsi qualche domanda: “Sistematici accordi corruttivi tra professori di diritto tributario finalizzati a rilasciare le abilitazioni all’insegnamento secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori, con valutazioni non basate su criteri meritocratici bensì orientate a soddisfare interessi personali, professionali o associativi”. E’ l’ipotesi accusatoria della procura di Firenze: 29 misure cautelari, 7 arresti domiciliari e 22 docenti interdetti dall’insegnamento per 12 mesi. E’ indagato persino Augusto Fantozzi, ex ministro con Dini e con Prodi e luminare della materia. Ci sono le intercettazioni tra i prof, ça va sans dire: “Ogni professore aiuta l’altro, perché è chiaro che se il professore di procedura civile dice: ‘Scegliamo il miglior tributarista in assoluto’, rischia che poi il tributarista dica: ‘Scegliamo il miglior processualista in assoluto’ e che quindi… eee…”. Il “vile commercio dei posti”, un bel titolo. Bisognerebbe però spiegare, per quanto si possa spiegare un simile groviglio, che il concorso vero è poi un altro, non questo di abilitazione, la cui procedura è oggi nazionale. La commissione che decide sulle abilitazioni è formata con sorteggio tra gli ordinari della materia. Il ricercatore abilitato (o il docente che intende passare a una fascia superiore) deve comunque poi partecipare a un concorso, spesso riservato solo a interni di un certo ateneo – il che è la vera selezione, o se volete il trappolone. L’abilitazione da sola non dà diritto a nulla. Ma per carità, siccome siamo in Italia, sono tutti presunti colpevoli.
Si può anche tralasciare il fatto che 7 domiciliari e 22 professori interdetti (e se per sbaglio non c’entrano, chi lo spiega agli studenti che avranno perso un anno di corsi?) forse sono eccessivi. Ma basterebbe riflettere – anche i pm potrebbero farlo – sul vero problema dei concorsi universitari: il fatto che la loro finta forma centralizzata e super partes genera esiti esattamente contrari, ma non per questo (o non sempre) illegali. Un agile volume di Giliberto Capano, Marino Regini e Matteo Turri (rispettivamente docenti di scienza politica, sociologia ed economia aziendale) appena edito dal Mulino, “Salvare l’università italiana - Oltre i miti e i tabù”, aiuta a farsi un’idea. Non si parla, direttamente, dei concorsi. Ma del “fallimento delle politiche di autonomia universitaria”. I tre spiegano che le corporazioni accademiche “hanno governato gli atenei con logiche perlopiù meramente distributive, basate su scambi e patteggiamenti”. In sostanza, la pretesa di controllo centrale (le commissioni di concorso, ad esempio) è malamente compromessa da due fattori: da una parte l’impossibilità di eliminare i rapporti di consorteria o di forza tra accademici; dall’altra la (zoppicante) autonomia per cui sono gli atenei a scegliere i loro docenti. Tutto ciò crea più pasticci che trasparenza. Non siamo nel paese della Ivy League, ma invece di scatenare indagini che difficilmente, c’è da prevedere, arriveranno a condanne, essendo assai aleatorio il reato di “rilascio di abilitazioni all’insegnamento secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori”, basterebbe introdurre un vero e semplice criterio di autonomia: gli atenei siano gestiti con logica privata e messi in grado di assumere – magari con contratti a tempo – i docenti che vogliono, scegliendoli per competenza e dal mercato. Poi verranno giudicati, gli atenei, dai risultati. Sarebbe tanto più semplice, invece di scatenare i pm.